Editoriale

Numero 5 [2016]
Con questo numero tentiamo di mostrare come la ricostruzione contestuale possa aprire prospettive promettenti in ambiti paralleli a quelli della storiografia, dalla storia dell’arte a quella della medicina, alla storia letteraria. Nel primo articolo Meital Shai affronta lo studio di una villa veneta, la villa Grimani Molin Avezzù di Fratta Polesine, nel Rodigino. In stile palladiano, riccamente affrescato al suo interno, questo complesso monumentale aveva finora ricevuto un’attenzione minore rispetto a quella dedicata ad altre ville, sia per la “concorrenza” della più celebre villa Badoer, sita nello stesso luogo, sia per l’incertezza che regnava tanto sulle fasi della sua edificazione, quanto sulla genesi e gli autori delle decorazioni interne. Problemi di datazione, dunque, ma anche, com’è ovvio, questioni di attribuzione, sia del disegno e della progettazione originale della villa, sia dei cicli di affreschi che ne adornano le pareti. Fino a poco tempo fa la costruzione della villa, in mancanza di fonti che ne testimoniassero in modo diretto la committenza, era fatta risalire al periodo immediatamente precedente il 1564, anno di redazione di una mappa depositata presso l’Archivio di Stato di Venezia, che illustra gli interventi idraulici operati in quei mesi nella zona dagli ingegneri della Serenissima. Nel 2008 si è però scoperto, grazie all’analisi chimica degli inchiostri usati nella mappa, che il disegno della villa vi venne apposto sopra decenni dopo quella data: la datazione canonica dunque scricchiolava. Da qui è partita la ricerca di Shai, un’indagine minuziosa, condotta a tutto campo tra le fonti relative alle concessioni idrauliche, ai riparti delle tasse e soprattutto alle famiglie dei proprietari che fra Cinque e Seicento si sono succedute nella conduzione e nella gestione dell’edificio, e che ne hanno commissionato gli ampliamenti e le decorazioni. Si tratta della meticolosa ricostruzione di un contesto tanto pertinente quanto lontano dai binari consueti, che mescola storia agraria, costruzione di canali, doti, pratiche ereditarie, individuazione delle diverse stratificazioni nelle mappe, sfociando alla fine in un modello esemplare di indagine indiziaria e mostrando ancora una volta quali vantaggi possa arrecare alla storia dell’arte e dell’architettura uno studio contestuale che si affianchi all’analisi delle forme e degli stili. Ispirandosi direttamene ai modelli di lettura e interpretazione dei manufatti artistici proposti da Manfredo Tafuri e Carlo Ginzburg, l’autrice mette dunque insieme le tessere di un puzzle fino a comporre un quadro coerente e a proporre una più congruente datazione dei vari interventi apportati alla villa. All’interno di questa nuova cornice sarà più agevole, come la stessa Shai si ripromette di fare in una prossima pubblicazione, inquadrare i problemi relativi all’identificazione degli artisti che posero mano al progetto. Anche gli altri due saggi sondano terreni poco o per nulla esplorati dalla storiografia, abbracciando una chiara prospettiva interdisciplinare che porta gli autori a confrontarsi continuamente con una letteratura scientifica che spazia dalla storia della medicina alla critica letteraria, dalla sociologia all’antropologia e alla storia sociale. Luciano Allegra si è immerso nell’analisi di un caso di epidemiologia storica: prendendo in esame i poveri torinesi che avevano chiesto aiuto alla principale istituzione assistenziale della città, l’ospedale di carità, l’autore ha studiato la diffusione delle malattie in rapporto al contesto di vita dei malati, cercando di superare le enormi difficoltà derivanti dallo stato della documentazione sul Settecento. Come è ovvio, per uno storico dell’età moderna tale operazione risulta estremamente difficoltosa, non solo perché le fonti riferite agli infermi sono scarse – mentre sono molto più abbondanti quelle relative al funzionamento degli ospedali e alla storia della medicina – ma anche perché si trova di fronte a diagnosi e a descrizioni dei morbi frutto della cultura medica dell’epoca, con i conseguenti problemi di interpretazione delle varie patologie. Questi limiti di partenza hanno fortemente condizionato la storiografia, che non a caso ha seguito altre strade, concentrandosi soprattutto sulle grandi epidemie, sulla storia delle istituzioni assistenziali e sul pensiero scientifico. Di fronte allo stato così lacunoso delle carte di archivio, potremmo dunque legittimamente chiederci se esistano altri spazi di indagine al di fuori di quelli tradizionali. A nostro avviso la risposta è affermativa, ma a una condizione: che le ricerche storiche in questo campo si ispirino al principale insegnamento della storia sociale, cioè la sperimentazione. Il saggio di Allegra prova a indicare questa direzione, che l’autore percorre anzitutto interpretando le descrizioni – talvolta generiche e fuorvianti – delle tante patologie dichiarate nei Libri dei postulanti, poi contestualizzando la morbilità con possibili – non certe – relazioni di causalità tra lo sviluppo delle malattie e le diverse variabili sociali solitamente esaminate dall’epidemiologia, a cominciare dall’età, dalla professione, dall’ambiente di vita, dalla famiglia, dall’esperienza migratoria e dal ciclio di integrazione urbana. Se non intendiamo rinunciare del tutto alla ricostruzione di un quadro – per quando difficoltoso – dello stato di salute delle popolazioni del passato, la scelta di sperimentare metodi e strumenti analitici di altre discipline sembra obbligata. L’alternativa c’è, ed è quella di dar seguito alle linee di indagine ormai tradizionali, con il rischio però di privare il nostro sguardo sulle società antiche di un importante elemento di conoscenza. Uno spiccato sperimentalismo caratterizza anche l’ultimo saggio, di Ilaria Giacalone, dedicato a una scrittrice tra le più studiate della storia della letteratura europea: Jane Austen. Al centro dell’esame non c’è la sola produzione letteraria di Austen oppure la sua biografia; piuttosto, Giacalone ricostruisce il network dell’autrice inglese, cercando di fare maggior luce sul suo ambiente di provenienza e sui mondi sociali con cui entrava in contatto, dai quali traeva ispirazione per i romanzi. La rete sociale di Jane Austen è accuratamente delineata attraverso la sua corrispondenza e la minuta descrizione dei vari nuclei relazionali offre al lettore la possibilità di saltare continuamente dal network al romanzo, stabilendo relazioni precise e non generiche tra l’esperienza della scrittice e la sua produzione letteraria. L’applicazione della network analysis allo studio della letteratura fornisce così spunti originali per riflettere sull’annoso problema del rapporto tra realtà e finzione.   L’intervista a Gherardo Colombo, componente del pool di Mani pulite e fra i magistrati italiani più famosi degli ultimi decenni, ha come filo rosso l’affinità dei mestieri di giudice e di storico, tema che nonostante la sua centralità nell’ambito della pratica storiografica recente non ha ricevuto una adeguata trattazione, fatta eccezione per le molte riflessioni che Carlo Ginzburg vi ha dedicato. Eppure, dagli anni Sessanta del Novecento, le fonti criminali e quelle inquisitoriali sono state oggetto di un interesse crescente, sollecitato non solo dalla curiosità di indagare gli aspetti relativi al crimine e al disordine sociale, ma anche dal desiderio di trovarvi le spie di comportamenti, atteggiamenti, relazioni, pratiche, culture degli strati sociali che non hanno lasciato testimonianze dirette di sé. Ma, ancora più in generale, la similarità fra le due professioni – entrambe mirano a ricostruire il passato – sembra postulare la condivisione dello stesso fine: avvicinarsi quanto più è possibile alla sua verità. Colombo spiega come il magistrato prova a riprodurre il contesto del reato, dal lavoro di squadra alla ricerca delle connessioni fra fatti e persone, dagli indizi alle prove, dalle questioni etiche ai limiti imposti dalle procedure e dalle leggi, dai margini di interpretazione delle norme alla soggettività delle testimonianze. E insiste molto sullo sdoppiamento della figura del magistrato, inquirente o giudice, il primo impegnato a ricostruire le vicende del passato andando a caccia delle fonti-prove, il secondo alle prese con la parzialità del quadro probatorio o con la contraddittorietà delle diverse voci che concorrono nell’aula del processo.   L’intenzione di “fare del bene” è il tema che lega infine le discussioni su un film dedicato alla realtà attuale della cooperazione umanitaria e su di un libro consacrato alla storia di un istituto assistenziale per giovani del passato. Sono due modi antitetici di affrontare lo stesso nodo. Ambientato in un imprecisata zona dell’ex Jugoslavia al tempo del conflitto etnico, il film mette in scena, a partire da una vicenda paradossale, la dissonanza di logiche e di comunicazione, gli scarti fra le culture e i modelli di percezione, l’eterogeneità dei fini dei vari attori in gioco, mostrandoci tutta la complessità e la contraddittorietà di un contesto nel quale le linee di demarcazione fra buoni e cattivi sono molto labili; e dunque rimangono indecifrabili, a meno di non valutare quelle voci tutte insieme, dando a ognuna di esse la dignità e la rilevanza che merita. Il libro dovrebbe invece trattare «delle relazioni di genere e delle famiglie assistite» all’interno delle mura della Ca’ Granda, l’ospedale maggiore di Milano, tra fine Quattrocento e Restaurazione, ma il suo titolo sembra promettere ben di più di ciò che mantiene, insinuando il sospetto di essere stato suggerito dalla grande appetibilità che oggi il vocabolo “genere” possiede. Di famiglie infatti non si parla, e tanto meno di relazioni di genere: al loro posto, si fa la cronistoria delle vicende istituzionali e delle decisioni assunte dal “Capitolo”, l’organismo direttivo dell’istituto. Ancora una volta, quindi, si incorre in un vecchio vizio della storiografia, e tipicamente di quella italiana: la convinzione che la realtà coincida sempre e solo con ciò che gli intellettuali e le classi dirigenti pensano che sia.