Ai nostri lettori

Al pari delle altre scienze umane, la storia ha perduto da tempo molte delle sicurezze che ne avevano accompagnato il cammino. Di conseguenza, ha visto diminuire la propria capacità di rispondere alle nuove domande che lo scorrere del tempo pone al passato dell’uomo.
È come se fosse rimasta at­to­nita di fronte all’impetuosa trasformazione dello scenario in cui viviamo da qualche decennio. La fine del comunismo, la crisi dello stato-nazione, il pre­sunto tramonto delle ideologie, la globalizzazione, il relativismo culturale hanno messo in crisi le tradizionali gerarchie di rilevanza dello storico, e so­prattutto dello storico occidentale. Il quale, oggi, sembra rimanere incerto fra due posizioni, tanto divergenti fra loro quanto sterili. Quella di chi, con­fon­dendo ciò che è successo nel passato con le immagini e le conoscenze di ciò che è successo, è rimasto intrappolato nelle sabbie mobili del post­mo­der­nismo, finendo così col legittimare qualsiasi memoria parziale e so­vrap­porre storia e fiction. E quella di chi, disorientato dalla comparsa sulla scena di nuovi attori che rivendicano un loro spazio e pongono domande nuove, si è rifugiato nell’ortodossia d’antan, replicando, magari in forme sempre più raffinate, modelli e procedure di analisi rassicuranti e tradizionali. Sembra dunque di es­sere immersi nello stadio finale di una delle fasi cicliche della storia della scienza: quella in cui, come ci ha insegnato Thomas Kuhn, si studiano tutte le possibili strade per accordare i paradigmi alla realtà, ma lo si fa in modo sempre più calligrafico. La sensazione è dunque che si continuino quasi meccanicamente ad applicare paradigmi formulati in tutt’altro contesto per rispon­dere a tutt’altre domande. Così facendo, però, si rischia tra l’altro di incor­rere nel peggiore dei difetti della storia: l’anacronismo.

Per uscire dallo stallo, non basta certo eleggere la World History come ter­reno di studio privilegiato e «nuovo», perché l’allargamento della scala non fa automaticamente uscire la storia dalle secche delle generalizzazioni banali e decontestualizzate. Né serve a molto interrogarci sulla congruenza o sulle a­no­malie dei metodi ereditati dal passato, come si fa di norma quando i paradigmi cominciano ad apparire inadeguati. Semmai, dovremmo inter­ro­garci sul­la congruenza e l’anomalia delle domande che ci poniamo oggi, perché l’at­tuale crisi della storia sembra scaturire proprio dalla loro natura. Per questo motivo, anziché continuare a produrre rinfrancanti conferme della bontà dello statuto e delle procedure storiografiche vigenti, ci pare più opportuno intraprendere la via della sperimentazione, provando a porre nuovi interrogativi. È proprio questo il compito che ci proponiamo. L’idea di questa rivista non nasce dalla presunzione di indicare paradigmi inediti, ma dalla convinzione che sia indispensabile, oggi, sperimentare percorsi e metodi diversi da quelli consolidati. Ma, soprattutto, porsi altre domande. Non in­tendiamo tuttavia fare della sperimentazione per la sperimentazione: ov­vero proporre una sorta di dadaismo storiografico. Il nostro punto di partenza si ispira piuttosto a una nozione non certo nuova nella ricerca storica: quella di contesto, avanzata con forza qualche decennio fa da Edward Palmer Thomp­son e poi ripresa negli studi di microstoria.

Invece che semplice cornice o sfondo nel quale collocare gli eventi, il con­­testo fu allora immaginato come un «luogo» non necessariamente fisico, ma principalmente relazionale: come un campo di possibilità di comu­ni­ca­zione e di scambio fra individui. Il contesto non era dunque dato, ma si profi­la­va come una costruzione dello storico, come lo stesso Thomp­son a­veva ma­gistralmente indicato in Whigs and hunters, dimostrando la stretta correlazione fra il bracconaggio nelle foreste del Berkshire e dello Hampshire e l’e­ma­nazione nel 1723 del ‘Black Act’, una legge che com­minando pu­ni­zioni dra­coniane a difesa della proprietà privata inaugurava in pratica il passaggio del­l’Inghilterra a una società capitalistica. Questo è esattamente il punto di partenza di questa rivista: riflettere sistematicamente sulla per­tinenza dei contesti scelti per spiegare i fenomeni politici, sociali, economici e cul­turali. E dun­que cercare di individuare le connessioni, esplicite o sot­terranee, fra persone, fenomeni, istituzioni, indipendentemente dalla loro condivisione di uno spa­zio definito. Ci ripromettiamo in altri ter­mini di in­dagare sulla multiforme natura dello scambio sociale, senza pre­sup­porre l’e­sistenza di gerarchie apriori­stiche quali alto-basso, centro-periferia, locale-globale. Avviarsi in questa direzione comporta il recupero delle discussioni e delle pratiche, per noi fonda­mentali, della microstoria. Con­dividiamo infatti fino in fondo la consapevolezza che lo storico, dovendo dare risposte ge­ne­rali a partire dall’analisi di situa­zioni specifiche, debba mi­rare a cogliere la complessità dell’esperienza u­mana mediante un approccio «den­so», senza per questo rinchiudersi nella di­mensione del villaggio evocata da Clifford Geertz e, soprattutto, senza rinchiudersi negli steccati disciplinari.

Nel panorama ideologico attuale, fatto di generalizzazioni solo ap­pa­ren­temente deboli, questo compito ha anche una valenza politica. La forza del pa­ra­digma unico entro il quale il senso comune attuale pensa il mondo, spesso senza saperlo, consiste nel fatto che tutto – presente, passato, futuro – sem­bra potersi spiegare attraverso la lente di un mercato – come realtà econo­mica e come metafora culturale – privo di attori e ricco di comparse che ob­bediscono tutte a una logica unica e senza tempo. Solo le magnifiche sorti e progressive del mercato e del capitalismo costituiscono l’ambito all’in­terno del quale comportamenti individuali e trasformazioni sociali vanno mi­surati, valutati, studiati. Ne risulta una sorta di impasse cognitiva che im­pe­disce di pensare al di fuori di questo quadro; e quindi di proporre altri per­corsi che permettano non solo di considerare lo stato attuale delle cose come uno stato transitorio, qual è, ma anche di mostrare la complessità della vicenda umana come un campo di infinite possibilità che prefigurano futuri diversi.

La rivista riposa su una convinzione ottimista: che la storia e gli storici possano riconquistare un posto centrale nello spazio intellettuale in cui si for­ma e si diffonde un sapere critico, proponendo le loro competenze non so­lo e non tanto in termini di semplici «critici delle fonti», di eruditi ferrati nel rintracciare la manipolazione dell’informazione presente e passata, o di com­mentatori dell’inevitabilità del presente, ma offrendo una visione del passato prossimo e remoto che provi a rispondere alla complessità delle domande poste dal presente con la complessità della ricostruzione di contesti possibili.